IL TREE VILLAGE

TANTO TEMPO FA......

I miei bisnonni si chiamavano  Corrado Giacoma e Grava Osvando e devo partire da loro per cercare di spiegarvi cos’è il Tree Village, ed è giusto che lo faccia, dato che, se siete qui, è perché avete una mezza intenzione di venire a dormire in una casetta spartana su un albero. Il problema è uno solo, rischio di essere noioso perché la storia comincia da molto lontano, da quando ero bambino.

I MIEI NONNI......

Avevo circa 7/8 anni, vivevo a Claut, con i miei nonni, Mene e Maria, vivevamo all’ inizio del paese, mia nonna faceva la casalinga, mio nonno il contadino, avevamo 2 mucche nella stalla e la vita seguiva le stagioni, il tutto era una sorta di incantesimo. D’ estate si andava a fare il fieno, i prati erano dislocati in ogni luogo del territorio del paese, oggi scomparsi, inghiottiti dalla natura. Fare il fieno era importante, serviva a sfamare le mucche nella stalla e le mucche davano il sostentamento, mi ricordo prati grandi come fazzoletti, ripidi ma che venivano custoditi e sfalciati gelosamente, senza perdere nemmeno un filo d’ erba. Io orgoglioso, andavo con mio nonno Mene, il quale, fiero di quel piccolo nipotino, mi portava con lui a condividere pezzi di storia contadina e, inconsciamente contribuiva a farmi tanto amare questo mondo difficile chiamato montagna.

"AL STAL DE CORADO"...

L’ estate arrivava puntuale, la fienagione partiva, le calde giornate permettevano di portare a casa tanto fieno, io però, attendevo un giorno particolare, “E gion drente del stal de Corado” diceva mio nonno Mene. “Andiamo alla stalla di Corado”, il riferimento era preciso, era il momento di andare in un certo luogo, alla stalla di Corado. Corado era il soprannome della famiglia da cui proveniva la mia bisnonna Giacomina, mamma di mio nonno Mene, a Claut ogni persona ha un soprannome di famiglia, la mia bisnonna Giacomina era la vera proprietaria di quel luogo particolare. In realtà la stalla intera non l’ ho mai vista, ci sono sempre state 4 mura diroccate ma la testimonianza di un mondo passato era inequivocabile, quei sassi parlavano e raccontavano tutto ciò che avevano visto nei decenni.
Con quell’ esclamazione, ai miei occhi si apriva un mondo fatato, fatto di ricordi, momenti bellissimi passati con i miei nonni a fare il fieno ma non era questo, era una cosa che non vi so spiegare…

LA MOTOBENASSI...

L’ indomani al mattino presto, si preparava l’ attrezzatura necessaria, principe della giornata era la Motobenassi, una falciatrice a motore, ai tempi un attrezzo non da poco, poi venivano la tanica di miscela, la lama di scorta, l’ olio, il falthin, il rastrello ed altro ancora. Mio nonno arrotolava la corda sul volano di avviamento della Benassi, uno strattone via, partiva, la portava lentamente sulla strada principale, mi guardava, io mi avvicinavo a mi faceva salire sulla falciatrice. Una gamba per parte sui pignoni delle ruote e seduto su un carter di metallo, questa era la mia posizione privilegiata, si partiva. Dopo un lungo viaggio, si arrivava in questo luogo magico, immenso, grande, era proprio grande ed io ero proprio bambino ma bando alle ciance, si partiva con il lavoro di sfalcio, diviso tra falciatrice e “Falthin”, io seguivo a girare gli “Antons” con il rastrello perché altrimenti facevano cumulo per il passaggio successivo e non andava bene. Ogni tanto mi faceva provare la guida della Motobenassi, ho cominciato così a capirne un po’, era eccezionale, mi seguiva sempre, costante, pronto ad intervenire ma io ero li, che guidavo la falciatrice con mio nonno, in quel luogo fantastico. Il taglio del prato durava diverse ore, era grande, e poi si tagliava proprio tutto, sotto gli alberi, attorno ai cespugli, quasi nel bosco, l’ erba era importante. Proprio lì imparai a riconoscere alcune bacche particolari che mio nonno raccoglieva e mi dava da mangiare, noi le chiamiamo Antrognule”, in realtà il vero nome di questa pianta è Pero Corvino. Anche a Claut  queste bacche non sono così conosciute, solo i vecchi sanno di cosa parlo, è con questi piccoli ricordi che mi sono accorto che, grazie ai miei nonni, ho potuto imparare la vita di una volta, era come se vivessi nella generazione precedente e di questo li ringrazierò sempre.
Comunque lo sfalcio volgeva al termine ed io, rimontavo sulla Motobenassi e tornavamo a casa, stanchi ma soddisfatti del lavoro svolto.

L' ALTALENA ED IL CARPINO...

Il bello però, veniva dopo, tagliere il prato è solo la prima parte di un lavoro difficile e faticoso, a questo punto interveniva mia nonna Maria la quale preparava tutto l’ occorrente per le giornate a seguire. L’ indomani si partiva di buon’ ora, tutti assieme e a piedi si ritornava “Drente del Stal de Corado”, bisognava eseguire tutti i lavori per la fienagione, che sarebbe durata uno o due giorni. Mia nonna portava il mangiare, mio nonno tutti gli attrezzi come rastrelli, forche, le corde per i “fas del fegn”. E’ proprio con due di queste corde che, appena arrivati, provvedeva subito a costruirmi un’ altalena attaccandole al ramo di un grosso Carpino nero ed io ero il bambino più felice della terra.
Passavamo due giorni così, tra le montagne, il fieno, l’ altalena, il ruscello, ogni tanto l’ anguria, a me pareva di andare in un luogo lontano, lontano, difficile da raggiungere ma per questo così magico.

"AL CANAI"...
Poi il tempo passa, passa sempre…i miei nonni non ci sono più, quel pezzo di terra, la mia bisnonna Giacomina l’ ha lasciato a mia nonna Maria perché lei era “orba” e “mia nonna l’ ha sempre accudita”, così lasciò scritto sul testamento. Mio nonno Mene, lasciò detto a sua volta a mia nonna Maria, di non lasciare senza niente “al canai”, il bambino, quel bambino che per loro, forse, era qualcosa di più di un semplice nipotino.
Quello è il luogo dove oggi sorge il Tree Village e questa è la vera storia del Villaggio Sugli Alberi Italiano, si…poi ci sarebbe altro da dire ma non è importante, sono cose dei giorni nostri, quello che conta è la passione, quella passione che accumuna le persone alla terra, alla montagna, alla propria montagna perché ognuno di noi ha una montagna nel cuore.


Renzo Grava